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Disconnect
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Disconnect

[S.l.] : Filmauro Home Video, 2014

Abstract: Un poliziotto vedovo si converte a detective privato per avere più tempo per il figlio, un bulletto che, tramite un falso profilo di facebook, gioca con i sentimenti di un coetaneo più introverso. Un avvocato di grido non può staccare occhi e orecchie dal telefono, nemmeno a cena, e non vede quel che accade in casa sua, ai suoi figli. Una produttrice televisiva intravede lo strumento per confezionare un reportage di successo in un ragazzo che si vende sulle videochat hard insieme ad altri minorenni. Un'altra donna, reduce da un lutto profondo, cerca conforto presso uno sconosciuto on line, mentre il marito accumula debiti. Immerse nel virtuale, sconnesse l'una rispetto all'altra, le vite di queste persone vengono brutalmente sconvolte dalla realtà e intrecciate tra loro dal destino. L'ex documentarista Rubin sceglie senza esitazione una struttura multilineare e un cast inattacabile. Il modello è Crash di Paul Haggis, citato anche nel tema di fondo, ovvero la solitudine reale del singolo nel mondo della comunicazione virtuale totale, ma il risultato è decisamente meno sontuoso, perfino televisivo. Eppure, in questo caso, non è un male assoluto. Se, infatti, esasperano i ralenti e le scenografie di interni standard, e la regia è ancora più che mai priva di personalità, il look televisivo è se non altro coerente con l'assunto a tesi, e lo argomenta senza nemmeno provare a negarlo. Messa da parte un'aspettativa diversa, Disconnect dà allora il meglio di sé dentro le maglie della sceneggiatura, perché, se la struttura è schematica a dir poco, le scene al loro interno non lo sono affatto: ben scritte, tese e ottimamente interpretate. Primo, in questo senso, è forse Frank Grillo, ma più che credibile è anche la prova di Jason Bateman sul fronte drammatico tout court, mentre Skarsgaard è terzo in classifica, impegnato dentro un personaggio di ex militare problematico, in lotta con se stesso prima che col nemico, che pare comunque cucitogli addosso. Peccato che, paradossalmente ma non troppo, la sovraesposizione visiva degli strumenti tecnologici di comunicazione - cellulari, tablet, computer portatili - non renda un buon servizio al film, decidendone l'estetica senza che sussista una necessità reale. E non solo perché molto di ciò che accade non è imputabile solo e soltanto ai vettori tecnologici, ma soprattutto perché il cinema di qualità, quello di Fincher con The Social Network, per fare un esempio eccellente, ha dimostrato che le alternative ci sono, eccome. (Marianna Cappi per Mymovies)

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ccm15956
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Buona e d'attualità la trama, apprezzabili le interpretazioni, il film cede nel finale melenso e compassionevole.

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